LA CITTA'
Nessuno, che viaggi in automobile od in treno, venendo da Sud o da Nord, può resistere al fascino della città turrita, che al di sopra della foschia della valle o della cortina di fumo, che si sprigiona dalle ciminiere delle fabbriche, svetta maestosa dare il benvenuto a coloro che entrano nella valle del Nera. Ecco Narni. In alto la Rocca con le sue torri possenti, da cui parte la cinta delle mura, quasi tenendola tra le braccia, sembra presentare la vecchia città, e difenderla dall’usura del tempo, dai rumori e dai frastuoni, perché possa trasmettere genuina la voce dei secoli. Se vieni da Roma, la Porta Romana nelle sue linee rinascimentali, se vieni da Terni, la Porta Ternana nei suoi possenti bastioni, oppure, se vieni da Perugia o da Amelia, salendo l’antica strada della Fiera le Porte dei Polelli e la Porta Nova, si aprono per introdurti,non solo tra i resti dell’antica potenza, ma nel vivo di ricordi sempre presenti, i quali ti dicono che la storia non passa, ma rimangono come il ceppo di un albero robusto, che sfida i secoli ed allunga i suoi rami di fiori e di frutti, segno di una vita che non muore, ma si moltiplica e si rinnova. Raggiungi la Piazza Garibaldi.Ti trovi tra la città romana e quella medioevale. La città romana coincide con l’antica Nequinium, abitata da popolazioni umbre. Le sue mura ed i suoi fortilizi si trovano dove ora sorge il Palazzo Vescovile e la Cattedrale. Il resto della città si estendeva verso nord ed Ovest dove ora si trovano la Piazza dei Priori i quartieri di via Gattamelata e via Marcellina, fino a Porta della Fiera. Affermandosi il glorioso comune narnese nel XII, il luogo dove ora ti trovi, era un torrentaccio che univa la valle alla gola del Nera, che poi fu sfruttato per la costruzione di grosse cisterne, quindi si cominciò ad edificare a Sud, sulle pendici del Monte Maggiore, dove sorve il nuovo quartiere di Santa Margherita e di Porta Romana.(Tratto da: GUIDA TURISTICA DELLA CITTA’ E DEL TERRITORIO dI NARNI, di G.COTINI)

NARNI-centro geografico d'Italia, è situata nel sud della regione Umbria su una collina di 240 m di altezza a controllo dell'ultimo tratto della Valnerina. Caratteristica città umbra con forti connotati medioevali, conserva ancora numerose testimonianze storiche e archeologiche. L'area narnese ospitò popolazioni già dal Neolitico, mentre le prime testimonianze storiche risalgono al 600 a.C., come disse Livio menzionando Nequinum (Narni) e i suoi abitanti. Nel 299 a.C. fu conquistata dalle truppe romane che la trasformarono in Colonia Latina, con il nuovo nome di "Narnia", toponimo tratto dal fiume Nahar che scorreva ai suoi piedi, odierno fiume Nera, che in lingua indoeuropea significa proprio fiume. Nel 220 a.C. la strada consolare Flaminia attraversò l'abitato, dando inizio ad uno straordinario processo di sviluppo economico. Nel 90 a.C. divenne Municipio. Nel 369 i narnesi ebbero il loro primo vescovo, il cartaginese Giovenale, che poi fu sepolto a ridosso delle mura urbiche, dove fu costruita la cattedrale durante il XII secolo. La città tra il tardo antico e l'alto medioevo fu contesa tra i longobardi ed i bizantini. Il secolo XII fu in assoluto il più florido per la storia della città. Nel 1371 fu costruita la rocca Albornoziana che mise fine al sogno di autonomia di Narni iniziato nel 1143 quando nacque il libero comune narnese.Il 27 Luglio 1527 i Lanzichenecchi, dopo il sacco di Roma, saccheggiarono la città distruggendo gran parte dell'archivio storico. Artisti illustri hanno lasciato le loro opere partecipando alla ricostruzione del '500:gli Zuccari, il Vignola, il Sangallo e lo Scalza. Narni ha inoltre dato i natali ad illustri personaggi: l'imperatore romano Cocceio Nerva, il condottiero di ventura Erasmo da Narni detto il "Gattamelata", papa Giovanni XIII, la Beata Lucia, l'umanista Galeotto Marzio ed altri.
 
MARCO COCCEIO NERVA
Marco Cocceio Nerva nasce a Narnia attorno all'anno 30 d.C.

Marco Cocceio Nerva, noto semplicemente come Nerva, nato a Narni in Umbria l' 8 novembre 30, morì a Roma il 27 gennaio 98. Essendo figlio di un Cocceio Nerva famoso giureconsulto e di Sergia Plautilla figlia di Popilio Lena, fu membro dell'aristocrazia italiana più che di quella romana, come del resto Vespasiano fondatore della dinastia Flavia. Amico e parente acquisito di Tiberio, ed ammirato da Nerone - che gli riconosceva le sue doti di poeta e gli concesse le insegne del trionfo per la congiura di Pisone - diviene console sotto Vespasiano e poi sotto Domiziano. Nel 96, al momento dell'organizzazione del complotto ai danni del fratello di Tito, riveste con ogni probabilità un ruolo importante. Al momento dell'elevazione al potere, sebbene appoggiato dal Senato, si trova in una situazione non facile, ma riesce ad adottare una saggia politica di riconciliazione e di riforme socio-economiche, partecipando anche con il proprio patrimonio personale alla distribuzione delle terre alle classi più disagiate. Fu l'ultimo imperatore italiano sia di nascita che di famiglia. Nerva non aveva seguito l'usuale carriera amministrativa (cursus honorum) anche se era stato console con Vespasiano nel 71 e con Domiziano nel 90. Quando fu organizzata la congiura contro Domiziano, Nerva acconsentì a divenirne il successore. Egli era molto stimato come anziano senatore ed era noto come persona mite, ma accorta. Alla morte di Domiziano, Nerva fu acclamato imperatore in senato da tutte le classi concordi sul suo nome. Le loro speranze non andarono deluse, infatti, citando liberamente Tacito, nel suo breve regno fuse le idee di impero, di libertà e di pace, dando inizio ad un secolo poi considerato d'oro. Fece immediatamente cessare le persecuzioni contro i cristiani, consentì agli esiliati di rientrare a Roma, abolì i processi di lesa maestà, reintegrò il Senato nelle sue prerogative, prodigò sue terre e denari per soccorrere i poveri ma fu molto duro contro i delatori. Fu addirittura giudicato troppo mite dal Senato e subì una congiura che venne sventata esiliando a Taranto il suo capo: il senatore Calpurnio Crasso. Nel 97 fu console per la terza volta e gli fu collega Virginio Rufo. Quando poco dopo, Nerva, vecchio e malato, si rese conto della sua debolezza, pensò di adottare un figlio. In omaggio all'interesse dello stato, non scelse nella propria famiglia, ma scelse Marco Ulpio Traiano che comandava le legioni sul Reno. L'adozione coincise con una vittoria in Pannonia e pertanto diede all'adottato Traiano l'appellativo di Cesare Germanico, lo fece tribuno e proconsole. Di nuovo Nerva fu console con Traiano nel 98, ma dopo solo tre mesi morì. Ebbe esequie di grande onore volute dal suo successore. Le sue ceneri furono poste nel mausoleo di Augusto

 
ERASMO DA NARNI DETTO IL GATTAMELATA

Una grande figura come quello del condottiero Erasmo da Narni, detto il Gattamelata, (Narni 1370, Padova 1443), evoca immediatamente il celebre monumento, opera di Donatello, che si affaccia sul piazzale della Basilica a Padova; e il non meno noto ritratto del Giorgione, a Firenze agli Uffizi. E ricorda la serenissima Repubblica di Venezia che lo volle Capitano generale, e che gelosamente custodì la sua armatura e il suo bastone di comando, oggi nel palazzo ducale.Nato a Narni verso il 1370 da un fornaio di nome Pietro, detto lo "Strenuo", robusto e infaticabile forse anche nel menar le mani, egli - secondo un suo biografo Giovanni Eroli - si vide assegnare il nomignolo di Gattamelata "per la dolcezza dè suoi modi congiunta a grande furberia, di cui giovossi molto in guerra a uccellare e corre in agguato i mal cauti nemici e pel suo parlare accorto e mite dolce e soave".Più semplicemente potrebbe averlo ricavato, dal cognome di sua madre Melania Gattelli.
Le caratteristiche del suo stemma sono varie, assumono quattro fogge diverse nel corso della sua lunga carriera di ventura, anche se si impostano sempre su due motivi, tre cappi che potrebbero essere tre trecce di crini di cavallo, o corregge di cuoio, accostati - più raramente - da una gatta.E’ da ricordare, a tal riguardo, che sia alla base del monumento equestre di Padova che nella cappella familiare di Narni (all’interno della Chiesa di S.Maria Maggiore), l’arme riproduce solo i tre cappi sopraccitati.
Come soldato si fa le ossa al seguito di Ceccolo Broglio signore d'Assisi, partecipando però a scaramucce di poco conto per un giovane di notevole prestanza fisica.Lo nota Braccio da Montone quando ha già quasi trent’anni e lo prende con sè’, insegnandogli molte cose, ma la lezione che apprende di più è l'astuzia e la rapidità.Porta un'armatura fatta di 134 pezzi alta 206 centimetri per 122 di torace e 74 di spalle, pesante 49 chili: la si può ancora oggi ammirare a Venezia, all’interno del Palazzo Ducale.Con Niccolò Piccinino è il più in vista dei Bracceschi, nel 1410 si sposa con Giacoma Bocarini Brunoli di Leonessa, sorella di un compagno d'arme dei tempi di Ceccolo Broglio, gli nascono sei figli di cui un solo maschio di nome Giannantonio.
Lo troviamo sotto l'Aquila nel 1424 nella battaglia che vede la sconfitta dei Bracceschi, fatto prigioniero, riesce a fuggire ed a unirsi al Piccinino, e a Oddo Fortebracci che con i superstiti Bracceschi, si mettono al servizio di Firenze nella guerra contro Filippo Maria Visconti.Il suo carattere tranquillo piace al pontefice Martino V, che lo prende al suo servizio nel 1427, gli occorre un poliziotto che gli ripulisca, l'Umbria, l'Emilia e la Romagna dagli irrequieti signorotti.Il Gattamelata porta con sè l'amico Brandolino Brandolini di Bagnocavallo, suocero di sua figlia Polissena, e inizia una settennale condotta senza particolari pericoli, in fondo ormai a quasi sessanta anni e non potrebbe avere altre condotte.Nel 1432 deve riprendere il castello di Villafranca presso Imola, ci va con pochi soldati, fa avvertire il castellano di essere venuto per pagare il riscatto di alcuni prigionieri, ma, appena entrato con la piccola scorta, getta sul tavolo i ducati, e mentre questi sta curvo nel contarli i suoi soldati lo arrestano.Al nuovo papa Eugenio IV però un condottiero così non va; per la marca d'Ancona scorazza Francesco Sforza, dalla Romagna cala Niccolò Piccinino, e in Umbria c'è Niccolò della Stella, il pontefice scappa in Toscana e non paga le milizie del Gattamelata, lo farà di contro Venezia, alla quale piace il suo temperamento tranquillo.Siamo nel 1430, nella nuova guerra contro il Visconti, all'abbandono del comando da parte del Gonzaga, Venezia affida al Gattamelata il comando unico, la grande dote di questo condottiero giunto in tarda età al comando supremo, è quella di non avere ambizioni politiche, e di essere fedele allo stato in cui serve.Da Brescia tenta delle sortite per superare l'accerchiamento cui è sottoposto dal Piccinino, per arrivare a Verona, non ci riesce ma nel settembre del 1438 riesce a fare il periplo del Garda e può arrivare a Rovereto.E' una delle azioni più scaltre che mandano in bestia il Piccinino, ora il Gattamelata ha il problema di foraggiare la città assediata, alcuni tentativi non riescono, allora il Gattamelata ha un'altra idea astuta, fa risalire l'Adige a cinque triremi e venticinque barche, poi li carica sui muli e li fa arrivare a Rovereto, l'impresa è condotta in porto dal suo vice Bartolomeo Colleoni.
Con l'ingaggio di Francesco Sforza nei primi mesi del 1439, le cose per Venezia migliorano, nell'inverno del 1439 il Gattamelata è colpito da due attacchi di apoplessia sul lago di Garda, con un burchiello il settantenne capitano è portato a Verona, migliora ma con la guerra ha chiuso; la Serenissima gli toglie il comando generale.
Vivrà in pratica da pensionato, continuando a percepire il soldo della condotta, ma non sarà più in attività, sarà poi chiamato a far parte della nobiltà veneta, con privilegi e poteri dei nobili.
Alla fine del 1442 si ritira a Padova dove muore il 16 gennaio 1443 e viene sepolto nella basilica del Santo con solenni funerali di stato, alla presenza del doge.
La famosa statua di Donatello a Padova fu fatta erigere dalla moglie e dal figlio a proprie spese, dopo il consenso della Repubblica nel 1453.


 
BEATA LUCIA DE NARNIA
Nata a Narni il 13 Dicembre 1476 Morta a Ferrara il 15 Novembre nel 1544 Beatificata nel 1710


La famiglia Broccadelli era nota a Narni, perché il padre Bartolomeo era il Tesoriere o Camerlengo della città.Era una famiglia che contava personalità ecclesiastiche e civili di spicco, uno dei fratelli, Domenico, a Roma era datario apostolico e un altro fratello era giureconsulto.Bartolomeo, aveva preso in moglie una nobile e bella giovane, Gentilina Cassio, persona molto pia, di profonde convinzioni religiose, come lo era lui stesso.Il 13 dicembre 1476 Gentilina dette alla luce un’ amore di bambina, la primogenita, a cui fu dato il nome di Lucia, per la devozione che nutrivano verso la Santa martire omonima e per la coincidenza della nascita della bambina nel giorno della sua festa.Lucia fu battezzata, forse, nella chiesa di S. Agostino, adiacente all’abitazione dei nobili Broccadelli.La Beata Lucia, fin da bambina ebbe visioni. Le appariva Santa Caterina da Siena, San Domenico, Maria Santissima e Gesù Bambino, che ella usava chiamare familiarmente "Christarello' In tenera età decise di consacrarsi a Dio e di volergli rimanere fedele per tutta la vita. Nel 1490, un grave lutto colpi la sua famiglia: morì il padre, Bartolomeo. L'anno successivo, quando Lucia aveva solo quindici anni, la madre e gli zii la obbligarono a sposare il Conte Pietro di Alessio, milanese. A nulla valsero i suoi rifiuti; ella dovette cedere alla caparbia insistenza dei parenti, soggetti probabilmente alle pressioni del nobiluomo, perdutamente innamorato di lei. La negazione del suo diritto di scelta le causò una penosa malattia e solo un'apparizione rassicurante della Vergine indusse Lucia ad accettare la mano del Conte Pietro. La sua nuova condizione sociale e la disponibilità finanziaria le permisero l'esercizio della carità e l'aiuto dei bisognosi. Tutti la chiamavano la "madre dei poveri". Rimase con il marito tre anni. Questi l'amava teneramente e inizialmente rispettò il suo voto di verginità, sperando di vincere con l'affetto la resistenza della giovane moglie. Col tempo, però, la separazione divenne insopportabile e il conte, irritato, rivendicò i suoi diritti di sposo, dapprima con richieste, poi con minacce, infine con l'uso della forza e con severi castighi, arrivando persino a rinchiuderla. Nel giorno della Resurrezione del Signore del 1495, avuto il permesso di comunicarsi per la Messa solenne di Pasqua, Lucia fuggì dalla casa del conte Pietro per non ritornarvi mai più. Sentendosi libera, giunse a Roma accolta dalle Terziarie Domenicane che allora erano dette Bizzoche o Beghine e che facevano vita comune in un palazzo della zona del Pantheon, oggi sede del Pontificio Seminario Francese. Rivestita dell'abito domenicano nel giorno dell'Ascensione del 1494 (l'8 maggio), diventò presto modello per le consorelle e centro di unione per la comunità. Ma, intanto, il marito non si dava per vinto, sembrava volesse vendicarsi e nuocere al convento, appellandosi a persone influenti e utilizzando le amicizie potenti che egli aveva nella Curia Romana. Per questo motivo si giudicò opportuno mandare Lucia a Viterbo, nel convento di S. Tommaso. La sua presenza in città impresse subito una spinta di rinnovamento spirituale. Le sue estasi e la fama della sua santità attirarono su di lei l'attenzione di molti. La notte del 25 febbraio 1496, durante il mattutino dei Venerdì, ricevette le stimmate che furono più volte controllate da medici e da teologi. Tutti rividero in lei i prodigi e le virtù della grande santa domenicana da lei tanto amata e venerata, Caterina da Siena. Con le sue preghiere Lucia ottenne dal Signore un' ulteriore grande grazia: la miracolosa conversione del marito. Di lei si cominciò a parlare nel resto del Lazio, a Roma, in Umbria e la sua fama giunse fino a Ferrara. La perfezione della Beata e le stimmate interessarono il vecchio duca di Ferrara, Ercole I d'Este (1431-1505) che chiese al Papa Alessandro VI l'invio di lei a Ferrara, come sua consigliera. Fu accolta festosamente il 7 maggio 1499 e, per lei, il duca fece costruire nel 1501 il Monastero e la Chiesa dedicata a S. Caterina da Siena. Il numero delle religiose presto crebbe, al punto che, il giorno dell'inaugurazione dell'edificio monastico, la comunità già contava 72 suore, giunte da Viterbo, da Narni e da Ferrara. Il Papa plaude all'iniziativa del duca e con il breve di erezione del monastero riconosce Lucia da Narni come la diletta figlia che si studia di imitare S Caterina da Siena e la nomina Priora. La sua personalità spirituale e il suo ascendente richiamano in parlatorio gli appartenenti ad ogni ceto sociale: personaggi della corte ducale e contadini, poveri e ricchi. La sua sapienza illuminata e il suo carisma di discernimento stupiscono. U abbondanza di vocazioni permette la fondazione di monasteri affiliati. Quando però, nel 1505, il duca Ercole I morì, furono tolti alla Priora certi privilegi. Venne accusata di eccessiva durezza ascetica dalle consorelle, le quali mal sopportavano la radicalità evangelica della loro priora e Suor Lucia fu dimenticata, posta nell'ombra. Trascorsero così 39 anni di continue e nascoste sofferenze eroiche, sopportate santamente, in una comunità che la guardava con diffidenza e con freddezza. Quel lungo supplizio fu l'ultima offerta d'amore che Lucia fece al suo Sposo divino, in spirito di perfetta letizia, come insegna San Francesco. Il 15 novembre 1544, dopo aver chiamato a sé le consorelle e aver chiesto loro perdono, ricevette i Sacramenti. Pregò poi il Cappellano di rimanere vicino a lei, sentendo che di lì a poco si sarebbe addormentata nel Signore. Dopo la sua morte, i cittadini di Ferrara affollarono la Chiesa per volgere l'ultimo sguardo alle sembianze composte di una donna che diffuse intorno a sé il profumo della santità di Cristo. La sua Festa si celebra liturgicamente il 16 di novembre.

 
Papa Giovanni XIII

Di nome Giovanni, era figlio di Giovanni Crescenzi e di Teodora II dei Teofilatti, suo fratello Crescenzio, era patricius Romanorum, e sua sorella Stefania, signora di Palestrina.Suo padre divenne vescovo dopo la morte della moglie. Da vescovo di Narni fu eletto Pontefice, e consacrato il primo ottobre del 965. Dopo un'intera carriera alla corte papale, venne eletto al soglio pontificio 5 mesi dopo la morte di Leone VIII. Candidato di compromesso, ebbe l'approvazione dell'Imperatore Ottone I. Il suo comportamento e l'appoggio straniero non lo resero benvoluto a Roma. Una rivolta produsse il suo esilio temporaneo, nel dicembre 965. Giovanni poté fare ritorno solo nel novembre 966. Dopo la restaurazione, Giovanni lavorò assieme a Ottone I in direzione dello sviluppo ecclesiastico, inclusa la creazione dell'Arcivescovato del Magdeburgo. Sviluppò inoltre altri arcivescovati nell'Italia meridionale, riducendo l'influenza dell'Impero Bizantino e della Chiesa Ortodossa d'Oriente. Nel Natale del 967 Giovanni incoronò Ottone II, figlio di Ottone I, come co-imperatore. Ottone II venne in seguito sposato con la nipote dell'imperatore bizantino Giovanni I Zimisce. La mossa era parte del tentativo in corso di riconciliare la Chiesa occidentale e quella orientale. Nel 972 Giovanni ricevette la visita di Osvaldo, Arcivescovo di York. Pontefice sei anni, undici mesi e cinque giorni; morì a’ 6 settembre del 972, e fu sepolto in s. Paolo fuori le mura di Roma.
 


GALEOTTO MARZIO
(Narni, 1427 – Boemia, 1490)

Figura di spicco, eccezione alla regola, è però proprio Galeotto, della famiglia dei Marzi: i suoi vari interessi, dalla medicina alla chiromanzia, dalla cultura scritta a quella orale, gli hanno causato non pochi problemi. Dal 1462 al 1477 ricopre la carica di lettore di Retorica e Poesia presso l’Università di Bologna, lavora a Padova, e quindi in Ungheria, ma a causa di una sua opera “De incognita Vulgo” nel 1477 viene accusato di eresia dall’Inquisizione, ed è costretto a ritrattare pubblicamente le sue tesi, ma viene comunque messo alla berlina! La sua eresia, quella per cui verrà condannato e che emerge dai suoi scritti, è cristologica: egli sembra infatti negare la necessità dell’incarnazione per la salvezza dell’umanità, sebbene poi egli stesso si preoccupi della salvezza degli uomini virtuosi dell’antichità classica. Attorno alla sua figura nasce un problema di ricostruzione filologica: ci rimangono infatti solo 10 lettere autografe, mancano invece completamente le trascrizioni delle sue lezioni a Padova, o ricordi di alunni. Restano invece alcune polemiche con altri Umanisti dell’epoca, spesso a causa della sua professione di medico, suo primo interesse. La sintesi tra letteratura e medicina è anch’essa un segno della modernità dell’umanesimo di Galeotto. Le sue polemiche con i colleghi italiani (il Filelfo ed il Merula tra gli altri) dimostrano anche una certa “antipatia” di questi (e sicuramente incomprensione per la sua metodologia non ortodossa) verso l’emigrante narnese.

 

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