"LA CITTA' A PIU' STRATI"
Narni è una città a "più strati": romano, medievale e rinascimentale. Una città viva che è "passata" nella storia importante. I primi a credere in quello sperone di roccia sono stati gli Umbri: la chiamarono Nequinum. Arrivò poi il momento dei Romani, che la conquistarono prima, e la fecero diventare un loro baluardo, poi. E le cambiarono anche il nome: Narnia, dal fiume Nar che scorre nella sua valle. Il periodo di massimo splendore della città fu alla fine dell'Alto Medioevo quando, sfruttando la lontananza del Papa che si era rifugiato ad Avignone, conquistò potere su un vastissimo territorio che arrivava sino alla periferia dell'odierna Rieti. Grande potere e grande ricchezza. Ecco allora i palazzi nobiliari, quelli pubblici, le chiese. La decadenza si lega, contrariamente a quello che si può pensare, alla costruzione della Rocca, che non venne decisa dai narnesi ma dal Papa che voleva tornare a Roma e desiderava una serie di fortezze utili per la propria incolumità. Egidio Albornoz, cardinale, spagnolo, architetto costruirà il solenne manufatto.
 

 
IL DUOMO
L'ingresso principale della Cattedrale è quella di Piazza Cavour, anche se più imponente è quello laterale di Piazza Garibaldi. La facciata, come si può vedere dal diverso genere della costruzione, ebbe una prima trasformazione nella metà del sec. XIV. Infatti, quella primitiva era più bassa del complesso attuale ed evidenziava gli spioventi delle navate laterali; probabilmente era senza portico. Aveva tre ingressi con l'architrave sotto ad un arco ribassato (piattabanda) e i portali di marmo, del quali più semplici sono quelli laterali, mentre scolpito è quello centrale.

Nella trasformazione del sec. XIV, la facciata fu elevata e tutta la costruzione del tempio innalzata e prolungato. Il finestrone (sec. XVII) è una trasformazione del rosone.
Il portico della Cattedrale è rinascimentale, opera del Maestri Lombardi (1497), a cura dell'Università del Muratori. Il portico è costituito da tre archi ampi, sostenuti a loro volta da due colonne e da una mensola situata all'angolo del Vescovado che sostituisce la terza colonna, tolta nel 1832 per rendere più agevole la comunicazione tra la Piazza Cavour e la Piazza Garibaldi. In quella circostanza fu demolita una parte del pavimento del portico, che allora era collegato da una scalinata con la piazza sottostante. Sopra gli archi, nella parte esterna (restaurata nel 1995/96), corre una fascia con festoni, putti e stemmi; si riconoscono lo stemma del Capitolo, quello della Città e quello del Vescovo di allora, Carlo Boccardo.
Dall'Università dei Muratori fu costruita, sul lato destro del portico, la propria Cappella, come testimonia l'iscrizione che si legge lungo l'arco della stessa e come ci richiamano i diversi simboli scolpiti che si riferiscono all'arte muraria. La Cappella è, da tempo, sede del Fonte battesimale, opera del Maestri Lombardi (1506). Sull'architrave della porta destra della facciata principale è scolpita la data, anno 1111, anno in cui detto architrave fu collocato.
Entrando nella Cattedrale, è opportuno portarsi al centro per dare uno sguardo d'insieme: sarà più facile comprendere la portata del monumento e la ragione di certi elementi architettonici. L'interno del Duomo appare semplicissimo: della costruzione originaria romanica osserviamo le tre navate scandite dal più regolare allineamento di colonne, divise da due file di 8 colonne ciascuna, che sostengono, fino all'arco trionfale, gli archi ribassati (caratteristica del comprensorio narnese, come è verificabile nella Chiesa di santa Maria in Pensole e nella Chiesa di san Martino di Taizzano). Immediatamente sensibile è l'armonia delle dimensioni, che risalta- no fissate come sicuro criterio proporzionale: la lunghezza (44 metri, compresi gli spessori del muri) è esattamente il doppio della larghezza, non tenendo conto, ovviamente, della quarta navata. La volta di tutta la Chiesa risale al sec. XV. L'arco trionfale è duplice: uno romanico che si apre sul transetto e il secondo gotico che si apre nell'abside. La costruzione dell'abside attuale è avvenuta nella prima metà del secolo XIV ed ha sostituito l'abside romanica, più piccola, i cui elementi di spoglio sono serviti - almeno così appare da una prima ricognizione - per rivestire la facciata dell'Oratorio del santi Giovenale e Cassio. Nella stessa epoca fu creata anche la quarta navata aprendo gli archi della parte destra: questa nuova strutturazione fu motivata dalla volontà di inglobare l'antico Oratorio - Sepolcro del Santi Patroni. Esso era situato tra la Chiesa e la roccia, su cui poggiano le mura romane; al Sepolcro si giungeva, come già accennato, attraverso un vicolo che dalla piazzetta antistante la Cattedrale portava al Sepolcro stesso. Dopo la ricognizione (1642) delle reliquie di san Giovenale e la loro traslazione sotto l'altare maggiore, il Capitolo e la Cittadinanza decretarono la costruzione del nuovo altare della Confessione, che fu completato solo nei primi anni del 1700, contemporaneamente alle cappelle della crociera.

 
San Domenico
La Chiesa di Santa Maria Maggiore è l’edificio religioso che pone più problematiche tra gli altri della città di Narni. Esso si caratterizza principalmente per la sua architettura e per l’antico titolo dedicato alla Madonna che la pone quasi allo stesso livello d’importanza della Cattedrale.Molto poco si sa sulle sue origini, tanto che le datazioni proposte da vari storici oscillano tra il XI ed il XII secolo.Di sicuro sappiamo che fu consacrata nel 1148 da PapaEugenio III, il quale aveva consacrato tre anni prima l’edificio dedicato a S. Giovenale. La tradizione vuole che esso sorga nel luogo dove anticamente esisteva un tempio dedicato alla dea Minerva e il riuso di conci calcarei proveniente da un edificio romano potrebbe per lo meno far pensare alla preesistenza di edifici di origine classica. La pianta dell’edificio è resa complessa da aggiunte e manomissioni; ad una lettura dell’edificio appare immediatamente la sua tipologia di carattere basilicale di tipo classico con la navata centrale più alta delle laterali. Una più approfondita analisi ci induce ad osservare un sovra dimensionamento della terza campata dei pilastri. Questa soluzione architettonica ci apre tutta una serie di prospettive sul possibile impianto originale dell’edificio: esso doveva presentare, in corrispondenza di quella dilatazione, o una navata trasversale o quantomeno un transetto. L’ipotesi di una chiesa a pianta centrale non può non affascinare e sorprendere. L’assunzione di questo tipo di impianto nel medioevo è rarissimo nell’architettura romanica dell’Italia Centrale. Gli esempi pervenuti sino a noi sono ad Ancona con il Santo Ciriaco e la Santa Maria di Portonuovo, e, pensate un po’, a Narni con la chiesa abbaziale di San Cassiano (particolare anche per l’uso dell’arco a ferro di cavallo). Avvalorare l’ipotesi della pianta centrale anche per il nostro edificio, significherebbe rimettere in discussione le origini dell’architettura e dell’arte a Narni. La facciata è tipicamente di ispirazione basilicale si presenta come un vero e proprio palinsesto murario nel quale è appena possibile leggere l’esistenza delle tre finestre caratteristiche del linguaggio architettonico locale e i segni dell’esistenza di un distrutto portico. Tra il complesso mosaico di pietre non è difficile notare la piccola trifora di destra, caratterizzata dall’uso di marmi policromi, mentre una delle sue colonnine sembra ricavata da un arto proveniente da una scultura di origine romana se non addirittura greca. Nonostante che nel XII secolo non fosse in uso firmare le proprie opere, nella lapide posta a sinistra del portale principale, si possono leggere i nomi degli autori. Una sorta di frontone qualifica il dissestato apparato murario. Esso è sorretto da protomi umane, animali o fantastiche, alla quali rimane difficile attribuire dei significati, magari misterici; esse sembrano riproporre caratteri d’ispirazione francese. La trabeazione classicheggiante è lavorata a palmette. La scultura interviene ancora una volta con i due episodi altamente drammatici dei due animali che alle due estremità del lungo mensolone erompono dalla parete con decisione insolita. In alto, sopra il finestrone settecentesco, un altro brano scultoreo, rappresentato da un’aquila, malamente si collega con il complesso sottostante. Ancora sul campanile emergono due sculture di periodo più tardo: un Cristo benedicente, ed una figura umana con tre volti rappresentante la SS. Trinità. Ma il vero protagonista della facciata è il portale centrale. Composto da tre monoliti di probabile provenienza romana, esso è coperto da un arco di scarico a sesto ribassato di materiale marmoreo pregiato che sembra essere collocato a puro scopo decorativo. Tipologicamente questo portale è una vera rarità tanto che se ne riconoscono simili uno in Abruzzo ed un altro in Siria. I tre monoliti diseguali sono interamente lavorati, quasi l’autore fosse pervaso da un terrore dello spazio vuoto. Addirittura gli smussi interni danno vita a minuscoli mostruosi protomi. Al centro dell’architrave domina una croce con terminale a forma di ancora che pare generare il motivo floreale che incornicia i clipei. E’ probabile che quella croce sia intesa come albero della vita. Il resto è tutto un intreccio di girali e figure che avvolgono i tondi con le immagini degli apostoli.
Tutto appare molto scarno, molto poco vivo, quasi una scultura sviluppata su soli due piani verticali, come se l’autore del disegno fosse riuscito a dare una vitalità eccezionale che lo scultore non è stato poi capace a restituire su un materiale difficile da lavorare come la pietra calcarea. Ma se lo sguardo sembra scorrere dietro l’andamento dei girali, questo trova attimi di pausa in corrispondenza di episodi che parlano di animali affrontati, di una salita in cielo di Alessandro Magno, di cinghiali. I clipei sembrano parlare un linguaggio più complesso, gli apostoli esprimono quel sapore di modellazione e plasticità che il resto dell’opera rifiuta. Gli stipiti sono sorretti, come in Santa Maria Impensole, da due telamoni piuttosto malridotti. Piuttosto degradata è l’iscrizione che affianca: (la) EVA/M GRAN/DE PO/NDU/S (f) E/RO (con la destra porto grande peso, la sinistra occorre). Varcare il portale centrale significa introdursi in uno spazio veramente sorprendente. La grandiosità del volume interno evidenzia la diffusione e l’importanza del culto mariano in epoca medievale. Ma stupisce ancor di più, sebbene le premesse della facciata ce l’avessero già suggerito, per la estraneità ai modelli già visti in Cattedrale, in Santa Maria Impensole, nel San Martino di Taizzano. Qui gli archi a tutto sesto che sorreggono la pesante apparecchiatura muraria, poggiano su pilastri cruciformi di chiara ispirazione alverniate, e sorreggono gli arconi trasversali a sostegno delle coperture. La soluzione adottata della navata centrale più alta delle laterali, permette la sperimentata soluzione delle finestre che illuminano il largo corridoio principale. Ad una più attenta lettura delle murature è possibile individuare le tracce di queste aperture, ma non si possono non notare delle porticine che dovevano concedere l’accesso ad un lungo ballatoio in legno, una sorta di rustico matroneo (spazio riservato nell’antichità alle donne durante le funzioni religiose). Nulla purtroppo rimane dell’antica parte terminale dell’edificio, né di quello che doveva essere il transetto innestato nella navata. Le tre absidi quadrangolari risalgono al periodo in cui la chiesa passò ai domenicani e quindi circa il XIV secolo e sono tipiche dell’architettura degli ordini mendicanti.
Di particolare pregio è il pavimento alessandrino sopravvissuto solo nella navata di destra; si può notare la pendenza originale di questo pavimento che, oltre che rappresentare simbolicamente l’ascesa al calvario di Cristo, esalta le linee prospettiche dell’interno. Le cappelle laterali risalgono al sec. XV-XIV, a quel periodo della storia in cui si sviluppò l’uso, da parte delle famiglie nobili, di seppellire i propri cari in spazi dedicati ai loro Santi protettori. Sono da riferirsi a quel periodo le prime pitture a fresco: troviamo infatti opere attribuibili al Maestro di Narni del 1409 e alla sua bottega, dipinti di artisti minori, un seguace di Pier Matteo d’Amelia, ed altri autori cinquecenteschi. Nel 1715 furono operati alcuni lavori di restauro e completamento ad opera del Cardinale Sacripanti. La chiesa fu riconsacrata nel 1728.
A questa fase dovrebbero appartenere i peducci sui contrafforti interni, il finestrone di facciata, altre aperture nella zona absidale ed alcuni arredi sacri.
La singolarità della chiesa di Santa Maria Maggiore nel complesso degli edifici religiosi narnesi è dunque davvero innegabile. La sua possenza ha fatto avanzare l’ipotesi, per altri infondata, che tale chiesa fosse stata un tempo una sorta di Cattedrale grosso d’inverno che si opponeva all’edificio extramoenia dedicato a San Giovenale. Nel 1148 fu consacrata da Papa Eugenio III e nel 1303 fu concessa ai domenicani che già avevano una loro sede poco fuori della città sin dal 1270-71. La comunità di monaci costruì qui il proprio convento nella zona retrostante la chiesa. Nel 1400-500 si svilupparono le cappelle laterali. Nel secolo XVIII si effettuarono degli interventi di restauro ad opera del Cardinale Sacripanti. Nel 1867 chiesa e convento passarono di proprietà comunale.

 
San Francesco
La chiesa di San Francesco è stata costruita dopo la morte del Santo avvenuta nel 1226. Fu edificata in questo luogo, perché qui dimorò il Santo.
La facciata della chiesa ha un portale ad archi concentrici e sul frontone c’era il rosone, manomesso nel XVII sec. L’interno è a tre navate di stile tardo romanico, divise da pilastri cilindrici su cui poggiano archi a tutto sesto. L’abside poligonale è coperta con una volta a vela, è gotica e riprende quella della cattedrale.
In fondo troviamo un finestrone a trifora con una vetrata istoriata divisa in due parti: la superiore raffigura S. Francesco con i protomartiri francescani, l’inferiore raffigura Lo Speco di Narni, S. Giovenale e la piazza dei Priori.
La chiesa è ricca di affreschi del ‘300, del ‘400 e del ‘500, le cui caratteristiche sono tipiche della tradizione pittorica di Narni e dei dintorni ad eccezione della cappella Eroli: quest’ultima è caratteristica dell’architettura del ‘400 ed è decorata con affreschi raffiguranti episodi della vita del santo, ispirati dagli affreschi giotteschi di Assisi e dagli affreschi della chiesa di S. Francesco di Montefalco.
La sacrestia è stata affrescata da Alessandro Torresani con scene raffiguranti l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi, le Nozze di Cana e il Redentore.

 
Santa Restituta

Venne a Narni nel 1563 suor Eusebia Borghese, di Siena, monaca del 3° ordine di San Francesco, la quale indotta dalle preghiere dei narnesi e specialmente di nobili signori ed autorità, fra i quali Paolo Orsini ed il vescovo Pierdonato Cesi, eresse il monastero di Santa Restituta, la ove, già, esisteva, una chiesa parrocchiale ridotta a un semplice casalino, dove appena si scorgevano le antiche pitture. Quella contrada era detta Capo di Sotto, la fondazione di quel monastero viene ricordata da un opuscolo a stampa edito a Viterbo nel 1619 intitolato:” Origine e stato del Venerabile Monastero di Santa Restituta della città di Narni ecc…raccolta dal sig. Bernardino Rovinaglia, dottor di legge romano.”
Il monastero ebbe la regola di Santa Chiara e pagava al vescovo un annuo canone di baiocchi 37 e mezzo, in ricognizione del diritto dominio. Quelle monache si chiamarono le monache del pover vita e campavano di elemosina.
Suor Eusebia Borghese morì a 86 anni, il 12 agosto del 1590 come risulta da una iscrizione murale che si trovava nel monastero, dentro il refettorio, sopra il pulpito della lettura, che diceva:
EUSEBIA. BORGHESI. ROMANA. FUNDATRIX
MERITIS – CUMULATA E. VIVIS. EXCESSIT
PRID. ID. AVG. MDXC


 
Santa Margherita
La chiesa è sorta insieme al monastero annesso delle monache benedettine, ora soppresso.
Fu compiuta nel 1602 come testimoniano le iscrizioni che si leggono sulla volta.
La facciata del tardo '500 è a forma bipartita. Belli i portali di travertino, sopra cui si estendoni dei festoni e altri ornati di stucchi. Nella parte superiore si notano due belle finestre con un ovale in alto.
Un bel timpano completa l'opera, che si impone per armonia di linee e proporzioni. L'interno si presenta nel suo insieme armonico e solenne, si nota la nascente linea barocca piena di nobiltà e luminosità.

Sulla volta si notano dei bei stucchi, di cui quello centrale più grande, rappresenta S. Margherita, che si impone per la linea e per l'arditezza del rilievo.
Alle pareti il pennello degli Zuccari (forse Federico) ha lasciato una sequenza di episodi della vita della Santa, dalla sua cattura, alla flagellazione, alla prova dell'olio bollente ed alla decapitazione in cui il realismo viene contemperato dalla espressione manieristica.Intorno agli altari laterali si osservano altri affreschi raffiguranti immagini di santi, mentre un ornato grottesco agilissimo viene a dare vivacità alle linee della piccola abside.

 
Sant'Agostino
La chiesa fu edificata ai primi del '300 ad opera dei frati Agostiniani che avevano avuto dal Vescovo di Narni, Orlando, l'antico monastero benedettino di S. Andrea della Valle con annessa chiesa e parrocchia (1266).
La chiesa di allora come testimoniano i pochi resti fu trasformata poi in abitazione dei religiosi, anch'essa crollata e si estendeva parallela alle mura castellane in posizione più in basso dell'attuale.
La chiesa attuale fu iniziata alla fine del sec. XIII o agli inizi del XIV. La facciata nuda presenta un ingresso singolare, costituito da un portale, in alto al centro, un rosone in cotto, a destra, una Madonna.
La chiesa si presenta a tre navate, divise da due file di pilastri sottili e slanciati, che sostengono le ampie arcate. Il soffitto ligneo della navata centrale, al centro ha un ovale, con una cornice imponente, contenente una tela raffigurante la gloria di S. Agostino.
L'abside quadrata è gotica, al centro c'è un prezioso altare di pietra.
A sinistra, entrando, in una nicchia si può osservare la Madonnina con il Bambino sulle ginocchia. E' Opera inconfondibile di Matteo da Amelia. Accanto, la Cappella di S. Sebastiano opera del '400. Di fronte a questa cappella si osserva una pala d'altare, costituita da una tavola dipinta a tempera, che forse è uno dei capolavori di Antoniazzo Romano.Discrete sono le tele degli altari laterali,tra esse, la più importante è quella che rappresenta la Madonna della cintura, opera del pittore narnese Michelangelo Braidi.
Ultimo tesoro contenuto nella chiesa il Crocefisso di legno, opera di ignoto.

 
San Girolamo
Le fonti narrano che il Cardinale Berardo Eroli, tra il 1461 ed il 1471, ottenne il permesso di edificare un convento da Papa Paolo II, nel luogo dove precedentemente, c'era un Monastero di monache Domenicane, ormai diruto.
Il Pontefice scrisse al Governatore di Narni, Giovanni Arcivescovo di Conza, ed a Carlo Giovenale, Priore di Santa Maria in Pensile “che sopprimano in detto luogo, l’ordine dei predicatori e diano facoltà di erigervi il convento sotto l’invocazione di San Girolamo per gli osservanti”.
Ultimata la costruzione di quel convento, il cardinale Eroli vi chiamò ad abitarlo i frati Osservanti, i quali, trovatolo troppo sontuoso per la loro regola, si rifiutarono di andarvi. Essi abitavano il convento di S. Paolo di Spoleto, pure costruito da quel cardinale. Questi minacciò quei frati di cacciarli da Spoleto se non ubbidivano, e fu allora che si decisero di venirlo ad occupare. Nel 1486 il Ghirlandaio dipinse il quadro della Incoronazione della Vergine.
Nel 1527, in seguito all’invasione dei lanzichenecchi, - scrive Martinori – “fu quasi tutta incendiata, e divenne un cumulo di rovine”.Nel 1608, il Padre Cappuccino Piazza da Monferrato dipinse un quadro nel refettorio del convento rappresentante Cristo servito a mensa dagli Angeli (Martinori - Cronistoria Narnese).
Nel 1728, Giacinto Boccanera di leonessa dipinse le Stazioni della Via Crucis (delle 14 originarie ne sono rimaste 11).
Nel 1860 a seguito del “Decreto Pepoli”, il convento di San Girolamo, divenne proprietà comunale. L’edificio, privato persino del coro, fu acquistato dal conte di Valbranca.Narra il Martinori: «1898. Il conte di Valbranca, che aveva acquistato dal Comune il convento e la chiesa di San Girolamo, si accinse a restaurarlo per renderlo atto ad uso di villeggiatura, dandogli carattere di castello medievale. La pittura che trovatasi in una piccola cappella, situata a ridosso della chiesa ed alla sua destra, fu fatta distaccare e porre in tela ed ora si trova nella sala consigliare del Comune di Narni. E’ una bella e magnifica pittura a fresco del ‘500, la quale ci dà S. Francesco nel momento di ricevere le stimmate con la seguente iscrizione: “Ego enim stigmata Domini Jesu in corpore meo porto MCCCC die XXVIII septem”. Vi è chi la attribuisce a Benozzo Bozzoli, chi allo Spagna. L’Eroli non esita a crederla opera del Mezastris fulignate del quale artista crede possa essere anche “una gentile e molto espressiva dipintura murale”, trasportata poi in tela». (E. Martinori, cronistoria Narnese, 1926).Il conte di Valbranca, trasformando la struttura monastica, fece collocare sulla facciata e sulla parete ovest delle finestre provenienti dal castello dei principi di Equino di Roccasecca; la finestra posta superiormente all’ingresso, si dice fosse appartenuta all’abitazione di San Tommaso d’Aquino, e sarebbe stata la stessa dalla quale il Santo fuggì per ritirarsi in convento.La chiesa, considerata uno dei primi edifici italiani in stile gotico, risulta essere la struttura più autentica dell’intero complesso. Il portale, originale, presenta un disegno agile ed armonico, sopra di esso, un bel rosone ottocentesco.L'interno della chiesa è ad una sola navata, in fondo all'abside c'è una grande tela raffigurante San Girolamo, ispirata ad uno dei pannelli della predella del Ghirlandaio, la Pala, è oggi esposta nel Museo di Palazzo Eroli.

Non vi sono più gli affreschi di cui la chiesa era ricca, poiché al tempo dei lavori di restauro, dovendosi demolire la cappella laterale, fu distaccato l'affresco dello Spagna: Le stimmate di San Francesco, e riportato su tela fu trasportato nella sala del Consiglio Comunale.Il chiostro, le cui linee originali sono quasi scomparse completamente, presenta al centro il pozzo ed alcuni resti di costruzione antica e le tracce degli archi del porticato.


Il Ghirlandaio:
Domenico Bigordi detto il Ghirlandaio (perchè inventò le ghirlande per adornare la fronte delle fanciulle fiorentine), nacque l'11 Gennaio 1449. Fu allievo del pittore Alessio Baldovinetti ma, nella sua formazione artistica e nel primo periodo dell'attività, risentì dello stile dei grandi maestri del XV secolo: Giotto, Masaccio, Andrea del Castagno e Domenico Veneziano.
Se si eccettua il periodo trascorso a Roma, dove lavorò per papa Sisto IV nella Cappella Sistina, Domenico visse sempre a Firenze (chiesa S. Trinità, affreschi con Storie di S. Francesco e la pala con l'Adorazione dei pastori, 1483-1486), divenendo uno dei più importanti maestri della scuola fiorentina. Attento in seguito alle formule del Verrocchio e a quelle del primo Leonardo, si avvicinò anche alla cultura fiamminga ("Vecchio e nipote", Parigi, Louvre; Cenacolo, 1480, Firenze, chiesa di Ognissanti).
Il realismo e la perfezione del tratto che caratterizzavano le sue opere ne fecero un artista molto richiesto, tanto che diversi esponenti della borghesia cittadina divennero suoi mecenati. Eseguì affreschi e dipinti di soggetto religioso, introducendo spesso nella composizione scene di vita fiorentina e ritratti di personaggi contemporanei.
Nelle sue opere rielabora la tecnica del Masaccio, lo stile di Filippo Lippi ed il realismo nordico conosciuto attraverso il fiammingo Hugo van der Goes, dando vita a scene altamente estetiche ed armoniose che, al di là del soggetto, costituiscono preziosi documenti della quotidianità del suo tempo.
In un libro di preghiere del 1454, il "zardino de oration", ad esempio, viene descritta la "meditazione intuitiva", con la quale si riusciva a trasferire mentalmente gli avvenimenti dei testi sacri nella propria città natale. Il Ghirlandaio ha realizzato questo precetto facendo rivivere le storie bibliche in un contesto familiare e fra persone viventi all'epoca.
Ad ogni modo, si distinse particolarmente per gli affreschi, tra i quali ricordiamo "La vocazione di san Pietro e di Sant'Andrea" (1481-82, Cappella Sistina, Città del Vaticano); "le Storie di san Francesco" (1485, cappella Sassetti in Santa Trinità, Firenze), considerato il suo capolavoro; "le Storie della Vergine e del Battista" (1485-1490, coro della chiesa di Santa Maria Novella, Firenze), alle quali collaborò il fratello Davide. Dipinse inoltre pregevoli pale d'altare, quali "l'Adorazione dei pastori" (1485, Santa Trinità) e "###### in gloria e santi" (1490 ca., Alte Pinakothek, Monaco).
Le rappresentazioni un po' statiche che talvolta si incontrano nelle sue realizzazioni non dimostrano limitatezza di mezzi espressivi, bensì riflettono il gusto dell'epoca e, in particolar modo, dei committenti.
Degli ultimi anni sono alcune opere di cavalletto come l'Adorazione dei Magi e il "Vecchio e nipote" (1480, Louvre, Parigi), alcuni ritratti femminili (Giovanna Tornabuoni, Madrid, collezione Thyssen-Bornemisza), "la Visitazione" (1491, Parigi, Louvre).
Tra gli allievi di Domenico Ghirlandaio figura l'artista più celebre del Rinascimento italiano, Michelangelo.
07/01/2003Domenico Bigordi detto il Ghirlandaio (perchè inventò le ghirlande per adornare la fronte delle fanciulle fiorentine), nacque l'11 Gennaio 1449. Fu allievo del pittore Alessio Baldovinetti ma, nella sua formazione artistica e nel primo periodo dell'attività, risentì dello stile dei grandi maestri del XV secolo: Giotto, Masaccio, Andrea del Castagno e Domenico Veneziano.


 
Santa Maria Impensole
La chiesa è chiamata di S. Maria Impensole perché costruita sul pendio. Le severe linee, l'accurata elaborazione delle sue parti, anche se potrebbero essere unite da un puro e semplice fatto occasionale, fanno pensare che gli artisti che l'hanno costruita, hanno voluto curarla in modo particolare, perché quasi presagivano il fascino che questo edificio avrebbe dovuto esercitare nella mente dei narnesi e dei visitatori di ogni tempo. La data di costruzione o ricostruzione è del 1175, come si legge nell'architrave della porta centrale. All'ornamentazione dei portali, composta da fregi floreali e viticci, si aggiungono figure di animali-simboli: l'agnello, il leone, l'aquila, il pavone. Sopra il portale centrale merita attenzione l'immagine scolpita nel medaglione, che più che un gesto di benedizione, compie un gesto accogliente ed incoraggiante. Secondo alcuni è l'immagine del Redentore, secondo altri è una figura simbolica e, dato che la chiesa apparteneva ai benedettini, si potrebbe pensare a San Benedetto.
Qui spesso si tenevano le assemblee popolari, oppure delle corporazioni.
Fu incaricato del progetto l'architetto milanese G. Battista Giovannini, detto il Battistini. La chiesa fu consacrata nel 174 e diventò un Santuario, meta di pellegrinaggi dalla bassa Umbria, dalla Sabine e dal Lazio.
Oltre che centro di devozione, esso è anche un esemplare di nobile architettura settecentesca.
Luminosità, armonia di linee e slancio, fanno da cornice al bel complesso, rappresentato dalla composizione centrale, che racchiude la cosidetta grotta della Madonna. Belli sono gli stucchi, espressive le figure simboliche, raffiguranti i vari titoli di onore, con cui si venera la Madonna, le figure dei Santi che in trionfo sopra il demonio sconfitto, fanno da cornice alla gloria della Madonna, che domina in alto su tutto il complesso.La grotta è un antro artificiale, creato in calcestruzzo, che non è altro che un rudere di uno degli archi o contrafforti che sostenevano la Via Flaminia, all'uscita dal Ponte d'Augusto.


Orario apertura al pubblico:
dal Lunedì al Sabato dalle ore 08.30 alle ore13.00
la Domenica e festivi dalle ore 08.30 alle ore 18.00

 

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