Il percorso inizia dal complesso conventuale di S. Domenico con l'ingresso in una chiesa del XII secolo, scoperta solo 20 anni fa, che conserva affreschi tra i più antichi della città.

Attraverso un varco nella muratura si passa in un locale con cisterna romana,

probabilmente resto di una domus, e subito dopo, percorrendo un lungo cunicolo, si giunge in una grande sala, dove avvenivano luogo gli interrogatori del Tribunale dell'Inquisizione,

attestata da documenti ritrovati nell'archivio storico comunale e dai segni lasciati dagli strumenti di tortura sulla muratura.Una piccola cella, unica in Italia nel suo genere, documenta con segni graffiti sulle pareti le sofferenze patite dagli inquisiti, uno dei quali ha voluto lasciare un messaggio attraverso un codice grafico, non ancora completamente decifrato.

La visita continua nel sotterraneo della chiesa di Santa Maria Impensole, dove si conservano strutture romane con 2 cisterne,

sopra alle quali fu edificata una chiesa nell'ottavo secolo, poi utilizzata per costruire una soprastante chiesa romanica.Il percorso nella "Narni Sotterranea" termina all'interno del Lacus, la grande cisterna altomedioevale presente sotto la fontana di piazza Garibaldi, già piazza del Lago.

 

"La Formina"



L'acquedotto romano della Formina, nella bassa Umbria, fatto costruire da Marco Cocceio Nerva, tra il 24 ed il 33 d.C. fu la soluzione agli approvvigionamenti idrici della città di Narni, da sempre soggetta ad estati siccitose, ove anche le cisterne urbane poco servivano a soddisfare i fabbisogni dei suoi abitanti.
Una volta conquistata l'entrata, un piccolo pertugio poco più largo del nostro bacino, ci troviamo stretti nei 45 cm. scarsi di distanza tra le due pareti. Le dimensioni interne sono varie, da 1,30 m. a 1,80 m. d'altezza, alla larghezza, quasi costante, di "un piede e mezzo" romano, equivalente proprio ai 45 cm. di cui sopra. Quasi costante perché le pareti tendono a convergere verso il fondo formando una base con sezione trapezoidale. La volta è piuttosto disomogenea, passando da lastre contrapposte a "V" rovescia, a volticine con spezzature di pietra e calce, a lastroni orizzontali.
Ci troviamo sotto Monte Ippolito e la nostra entrata è coincisa con il 65° accesso all'acquedotto, numerati dalla sorgente presso il paese di S. Urbano in località "capo dell'acqua",356m.s.l.m.
Questo traforo è il più lungo con i suoi 645 m. di galleria. Ogni tanto incrociamo uno "spiraglio", come da queste parti sono chiamati gli sfiati per l'acqua, in altre parole pozzi che avevano la funzione accessoria di permettere l'eventuale rimozione di detriti ed impurità da parte degli addetti alla manutenzione.
La pendenza dello scavo, intorno al sei per mille, non è in pratica percepibile. Tale inclinazione, oltre ad angoli a gomito appositamente distanziati, fu studiata al fine di evitare all'acqua di prendere velocità ed erodere la muratura interna.
A circa metà percorso una sorta di "S" raccorda i due tratti della galleria. Questo deriva dal fatto che lo scavo fu intrapreso contemporaneamente dai due versanti opposti, inoltre la squadra di monte era scesa troppo in profondità di circa cinquanta centimetri, mentre quella di valle era salita di oltre un metro, tanto da portare a raccordare il cunicolo per diverse decine di metri. L'assenza di pozzetti proprio in questa zona deve aver complicato l'opera di non poco.
Una leggenda, narrata dagli abitanti del posto, parla dell'ingegnere romano preposto agli scavi che avendo calcolato il giorno esatto dell'incontro delle due squadre si tolse la vita perché esso non avvenne come stabilito.




PONTE CARDONA



Il Centro Geografico della Penisola cade esattamente su Narni e per la precisione su Ponte Cardona, un manufatto della Roma Imperiale che portava l'acqua potabile alla Città. L'ufficialità di tale dichiarazione è stata data dall'Istituto Geografico Militare di Firenze che ha stabilito le seguenti coordinate: Ponte Cardona è stato dichiarato Centro d’Italia dal Centro Geografico d’Italia.

Latitudine 42° 30’ 11"

Longitudine 12’34’24"

Ed è proprio questo il punto situato a uguale distanza da Nord a Sud, da Est a Ovest dell’Italia. L'Associazione Turistica Pro Narni, che ha compiuto le ricerche necessarie, ha anche provveduto alla installazione di un cippo nel punto mediano della Penisola. Uno speciale concorso premia chi lasci un proprio messaggio nello speciale contenitore: il primo premio consiste in un soggiorno gratuito durante la Corsa all'Anello che si svolge a Maggio.
Ma a parte l'aspetto "geografico" Ponte Cardona è parte integrante dell'antica Formina, antico acquedotto che servì di acqua potabile la città sino ai primi decenni del nostro secolo. Lasciando l’auto nei pressi del ristorante "Il Montagnone", si prosegue il cammino a piedi fin dove inizia una salita. Qui sulla sinistra, dopo il fossetto, ci si immerge in un sentiero che, pur avvolto da una fitta vegetazione, lascia un respiro inaspettato.
Ci si accorge, poco dopo, di viaggiare su un antico manufatto, un acquedotto di età romana, le cui bocche di sfioro dell’acqua segnano con cadenze regolari la distanza, fatto costruire venti secoli fa dal prefetto delle acque M. C. Nerva.
Grandi querce e lecci accompagnano il cammino sino a quando, improvvisamente, la macchia si fa meno fitta. Seppure il fosso che costeggia la Formina raggiunge una profondità di quindici o venti metri, il percorso sembra miracolosamente proseguire nel vuoto. E’ qui Ponte Cardona in tutta la sua austera e solitaria possenza. E’ un ponte romano realizzato in opera quadrata con conci di travertino. La sua architettura si richiama a quella dell’età Augustea. E’ ad un solo arco a tutto sesto, leggermente rialzato. Si deve scendere nel letto del fosso per ammirarne tutta la sua bellezza: un’architettura vecchia di duemila anni emerge nel groviglio di una vegetazione spontanea e forte, a voler ricordare come l’uomo, quando vuole, possa accordarsi perfettamente con la natura. L’acquedotto della Formina è in parte stato scavato in galleria e parte costruito in muratura.
Segue un percorso tortuoso dovuto all’esigenza di mantenere la propria pendenza costante lungo un tracciato che parte da Sant’Urbano e raggiunge Narni dopo quindici chilometri.


 

NARNI SOTTERRANEA

Nel 1979 sei ragazzi del gruppo speleologico UTEC di Narni scoprirono, sotto i resti di un antico convento di Domenicani, un piccolo passaggio attraverso un muro, coperto di macerie e di rovi. Il buio dell'ambiente, l'alta umidità presente e le gocce d'acqua, che cadevano dal soffitto, non lasciavano assolutamente presagire che essi stavano per entrare in uno degli ambienti di quella che diventerà la Narni Sotterranea.
Da quel giorno, aiutati da altri volontari, gli scopritori cominciarono un'opera di scavo e di ripulitura dei resti murari, fin quando, finalmente, nel 1994 il percorso sotterraneo fu aperto al pubblico, con un successo insperato.
Eliminate definitivamente le infiltrazioni provocate dalla pioggia, il sotterraneo iniziò una nuova vita. Il primo ambiente risultò essere una chiesa del XII-XIII secolo, i cui affreschi erano stati velati da uno spesso strato di calcare depositato dallo stillicidio. Grazie al contributo del Lions Club, del Comune di Narni e dei tanti visitatori, fu possibile iniziare un lento ma efficace lavoro di rimozione della patina bianca. Emersero così dipinti di artisti umbri del pieno medioevo, che avevano raffigurato il Cristo pietoso e sanguinante, i quattro simboli degli Evangelisti, l'incoronazione di Maria e, particolarmente importanti, numerosi ritratti di S. Michele Arcangelo. Soltanto dopo anni di ricerche fu finalmente compresa quell'angelica presenza. La riconsacrazione del luogo, avvenuta durante il Giubileo del 2000, assegnò alla piccola chiesa il nome, dettato dalla fantasia, di S. Maria della Rupe, poco tempo dopo però, grazie alla fortunosa scoperta di un manoscritto del XVIII secolo, nel quale si copiava un atto del 1354, fu possibile capire che quel luogo sotterraneo era stato dedicato, in origine, proprio all'Arcangelo Michele.
Un successivo scavo archeologico consentì di trovare, coperto da un livello di macerie, stese nel XVIII secolo, il vecchio pavimento della chiesa e, sotto, il più antico.
Adiacente la chiesa si trova un ambiente scavato nella roccia, in un angolo del quale si apre un'antica cisterna romana.
Una piccola porta, dall'aspetto insignificante, trovata murata nel 1979 e riaperta in quell'anno dai sei giovani esploratori, conduce nel luogo più segreto di tutto il complesso monastico.
Un corridoio illuminato dalla fioca luce delle candele si apre alla fine in una grande sala, occupata da sinistri oggetti in legno che ci vuol poco ad identificare: è il Tribunale dell'Inquisizione "arredato" con gli strumenti di tortura.
Il Santo Uffizio qui ebbe una sua sede un secolo dopo il Concilio di Trento.
Prova di ciò si ha da un documento del 1726, fortunosamente scampato ai saccheggi napoleonici e post unitari, nel quale si descrive la fuga rocambolesca di un certo Domenico Ciabocchi, ritenuto eretico perché bigamo, il quale approfittò di una fatale distrazione del vivandiere per prenderlo alle spalle con una corda e strangolarlo.
In questo luogo di sofferenza si apre un piccola e bassa porta; si tratta di una cella carceraria, ma non una qualsiasi.
L'interno lascia senza respiro. Un turbine di segni graffiti sulle pareti e sulla bassa volta avvolge chiunque entri là dentro. Non avendo a disposizione carta o inchiostro, per poter raccontare la loro storia, affinché quella sofferenza non si cancellasse con il tempo, i prigionieri, al loro posto, usarono il bianco intonaco ed un coccio appuntito. Nomi, date, simboli, sono giunti fino a noi. Dopo secoli di forzato silenzio quelle voci hanno riacquistato sonorità, compresa quella del personaggio "chiave" che là sotto trascorse almeno 90 giorni a cavallo tra il 1759 e l'anno successivo. Si tratta di un uomo, Giuseppe Antrea Lobartini. No, non è un errore, la lettera "d" nelle sue frasi la trasformò in "T", simile ad una Tau. Lombardini aveva comunque la sua fede, che testimoniò riproducendo più volte i monogrammi di Cristo e di Maria e, con il timore di veder cancellato il suo messaggio, lo affidò ad un linguaggio simbolico, conosciuto da pochi. Sono quindi visibili segni massonici, alchemici, cabalistici, graffiti secondo un preciso disegno mentale che sta appassionando numerosi esperti del settore impegnati nel trovare la loro chiave di lettura. Oggi, grazie alle scoperte fatte negli Archivi Vaticani, al Trinity College Library di Dublino ed in altre città italiane, è stato possibile ricostruire la storia dei personaggi rinchiusi nell’Inquisizione di Narni e del tribunale stesso.
Recenti ricerche nella soprastante chiesa di S. Maria Maggiore, conosciuta oggi come S. Domenico, hanno permesso di rintracciare nel suo sottosuolo i resti di un vasto cimitero, oltre ad una cripta romanica con abside, decorata da affreschi del XIV e XV secolo ed un ampio lacerto di pavimento bizantino, resto del primitivo luogo di culto.
Ulteriori scoperte archeologiche e in archivi prestigiosi stanno permettendo di ricostruire una storia incredibile che chiunque può rivivere grazie alle visite guidate che si svolgono nei fine settimana.
Per ulteriori informazioni: Telefono 0744/722292
www.narnisotterranea.it – info@narnisotterranea.it


4 DICEMBRE 1759 – 4 DICEMBRE 2009


 

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